Un camp estivo in inglese: quello che resta, anche dopo anni
Nel 2023 Matilde ha frequentato un camp estivo in inglese qui a Martellago. All'epoca avevo raccontato l'esperienza "in diretta", mentre il camp era ancora in corso, e quell'articolo è diventato nel tempo uno dei più letti del mio blog.
Rileggendolo oggi, però, mi sono accorta che mancava la parte più importante: come è andata davvero a finire.
Così, complice una piacevole serata estiva di cui ti parlerò tra poco, ho deciso di raccontare tutto quello che è rimasto di quell'esperienza... anche dopo qualche anno.
Ho un bellissimo ricordo di quelle due settimane. Siamo stati fortunati anche con il tutor che abbiamo ospitato: un ragazzo di 22 anni educatissimo, rispettoso e disponibile.
Eravamo preoccupati perché non sapevamo chi ci sarebbe stato assegnato. Ammetto che, avendo una figlia femmina, all'inizio avrei preferito fosse una ragazza. …. ma Luke non ci ha fatto rimpiangere l'animatrice femmina, si è comportato sempre in maniera impeccabile. La sua pronuncia era comprensibilissima anche per noi genitori, che non abbiamo problemi con l’inglese in genere ma la pronuncia può rendere molto più complicata la comprensione, soprattutto quando non hai occasione di utilizzare la lingua parlata tutti i giorni (come me).
L’idea di essere host family è nata da un lato per risparmiare un po’ sulla quota (la famiglia viene “ripagata” di vitto e alloggio con uno sconto sulla quota di ogni settimana) e dall’altro per arricchire l’esperienza, permettendo a Matilde di entrare in contatto con un persona “diversa”, cresciuta in un contesto diverso dall’Italia e che la costringesse a uscire dalla sua zona di comfort dovendo farsi capire da un estraneo che non parlava come lei era abituata!
Nella nostra idea si trattava non tanto di una scuola di inglese quanto di un’esperienza di vita, per esporre Matilde ad affrontare con il giusto piglio le cose sconosciute, che inevitabilmente ci spaventano un po’.
A Luke abbiamo messo a disposizione tutto il piano di sopra, quindi aveva una zona tutta sua dove dormire con il bagno privato, terrazza e aria condizionata. Mi sono offerta di fargli qualche lavatrice se servisse o di stirargli qualcosa … ma non ha mai “approfittato”.
Solo quando è ripartito, sistemando la sua stanza, mi sono accorta che aveva sempre lavato a mano le sue camicie e le aveva lasciate asciugare in terrazza. Non ci aveva mai chiesto nulla. E solo dopo ho scoperto che si era comprato qualche snack tutto suo... probabilmente la cucina italiana di casa nostra non era esattamente quello a cui era abituato! Mi ha fatto sorridere pensare a quante piccole attenzioni avesse avuto per non crearci alcun disturbo.
Durante le due settimane abbiamo cercato di coinvolgerlo portandolo in gita o incontrandoci anche con gli altri tutor, per farlo sentire a casa. È stato tutto molto gradevole.

Durante il campo Matilde ha partecipato quasi a tutte le attività, alcune cose le sono piaciute di più, altre di meno, alcune non si è sentita di farle. Ma si è integrata benissimo con gli altri bambini (che per lei erano sconosciuti, perché il camp era organizzato presso una scuola differente da quella da lei frequentata quindi non aveva mai visto nessuno dei bambini), siamo usciti spesso anche con le altre host family, famiglie con cui ci siamo trovati veramente bene, tutti aperti e socievoli.
Ovviamente le attività sono divise per età, perché non puoi far fare le stesse cose a bambini di 6 anni e a ragazzini delle medie!!!!! Quindi io posso parlare della classe dei piccoli!
Alla fine delle due settimane si è svolto lo spettacolo finale: una rappresentazione (“The Jungle Book”) tutta in inglese con parti recitate e altre cantate, con piccole coreografie e arricchita da piccoli cartelli creati dai bambini stessi. Per bambini che oggigiorno non fanno più nemmeno le recite di Natale né all’asilo né a scuola (parlo di scuola pubblica) … non è uno scherzo. Anche in questo caso …. si trattava di piccole frasi, piccoli dialoghi … ma si sono esibiti in una lingua straniera (che notoriamente mette in imbarazzo) davanti al pubblico di tutti i genitori!
Talmente abbiamo apprezzato la sua compagnia che a fine esperienza c’è stata un po’ di commozione.
Prima di ripartire abbiamo voluto lasciargli un ricordo.
Ovviamente non poteva che essere qualcosa fatto da me…
Lui l’ha apprezzata moltissimo e ci ha lasciato una dolcissima lettera di commiato. Non la condividerò perché credo non sarebbe giusto essendo una lettera privata … però ci ha lasciato parole molto affettuose!
L’ho pregato anche di farmi sapere via messaggio se fosse arrivato a destinazione sano e salvo, mi sentivo un po’ la sua tutrice, sebbene fosse maggiorenne e non dipendesse da noi in nessuna maniera.

Se mi chiedessi oggi se quell'esperienza è servita a imparare l'inglese, ti risponderei di no. O almeno, non nel senso in cui normalmente intendiamo "imparare una lingua".
In due settimane non si diventa bilingui.
Però si può imparare a non avere paura di parlare con qualcuno che viene da un altro Paese.
Si può scoprire che esistono modi diversi di vivere, di mangiare, di comunicare.
Si può capire che l'inglese non è solo una materia scolastica, ma uno strumento per conoscere persone.
E forse è proprio questo il regalo più grande che quell'estate ha lasciato a Matilde.
Lo rifarei?
Sì, senza alcun dubbio.
Non solo per il camp, ma per tutto quello che gli è cresciuto intorno: l'esperienza come host family, le amicizie nate quasi per caso, le emozioni condivise e i ricordi che, ancora oggi, ci fanno sorridere.
Ne ho avuto la conferma proprio qualche sera fa.
Dopo tre anni ci siamo ritrovati a cena con una delle famiglie che avevamo conosciuto durante quel camp. Le bambine non si vedevano da allora, eppure - dopo un momento per rompere il ghiaccio - sembrava che il tempo non fosse passato. Hanno ricominciato a giocare come se si fossero salutate il giorno prima.

È stato in quel momento che ho capito una cosa.
Alla fine, il ricordo più bello che ci ha lasciato quel camp estivo non è una parola inglese imparata.
Sono le persone.

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